La Famiglia: Chiesa domestica - Movimento Domenicano delle Famiglie

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La Famiglia: Chiesa domestica

Spiritualità > Catechesi


LA FAMIGLIA, "CHIESA DOMESTICA":
una comunità che annuncia, celebra e testimonia il Vangelo








L’espressione Famiglia, “come Chiesa domestica”, è presente nella costituzione conciliare Lumen gentium per evidenziare i profondi rapporti che esistono tra la Chiesa “in grande” e la Chiesa “in miniatura”, vale a dire la famiglia cristiana fondata sul sacramento del matrimonio, con il quale i coniugi cristiani «significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef. 5,32)».
Questa “definizione” della comunità coniugale si è rivelata assai feconda per lo sviluppo della pastorale familiare nel periodo successivo al Concilio Vaticano II. Nella stessa Gaudium et spes l’attenzione al matrimonio e alla famiglia è posta come prima tra le «numerose questioni che oggi destano l’interesse generale» e «meritano particolare menzione» (n. 46).

La Chiesa italiana ha individuato fin da subito nella famiglia un ambito prioritario ed estremamente decisivo della sua missione, sia per leggere secondo il criterio dei “segni dei tempi” il cambiamento socio-culturale in atto che spingeva i sociologi a parlare di “morte della famiglia”, sia per rilanciare in modo rinnovato aspetti della pastorale ormai datati.
I Vescovi italiani hanno ravvisato proprio nella famiglia «il centro unificatore dell’azione pastorale»: un’espressione, questa, che è parsa ad alcuni esagerata e comunque bisognosa di precisazioni, ma che aveva il merito di focalizzare l’identità della famiglia come «soggetto ecclesiale e pastorale», oltre che «sociale».
Più precisamente un’identità fondata e forgiata dal sacramento del matrimonio, che abilita e impegna gli sposi a svolgere una loro specifica missione nella Chiesa e nel mondo.
A distanza di alcuni decenni dalla riscoperta e conseguentemente dal rilancio della dimensione ecclesiale e quindi pastorale della famiglia e del suo fondamentale compito di evangelizzazione, mi pare tutt’altro che inutile, anzi di rinnovato  interesse e di stimolante fecondità – soprattutto per le nuove generazioni, affinché non perdano questa preziosa memoria storica – tentare innanzitutto un bilancio del cammino che la Chiesa italiana ha compiuto dal Concilio Vaticano II ad oggi (1), allo scopo poi di mettere in luce la consapevolezza sempre più maturatasi sia circa i fondamenti antropologici e teologici della “ministerialità” della famiglia, sia dei contenuti basilari della sua partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa (2), e, infine, per individuare le sfide culturali e i nodi critici che la pastorale familiare ha oggi davanti a sé per radicarsi e svilupparsi sempre più nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali (3), in realtà ancora in ritardo rispetto alle prospettive davvero esaltanti e impegnative che l’Episcopato ha individuato tempestivamente, vorrei dire “profeticamente”.


Già qui manifesto una mia impressione, che ritengo però realistica: c’è una distanza – che esige di essere più prontamente e coraggiosamente colmata – tra la singolare ricchezza profetica dei testi del Magistero e il cammino pastorale ancora disomogeneo e lento di non poche nostre comunità.
Ecco allora delineati i tre punti o momenti di riflessione che vorrei condividere con tutti e ciascuno di voi. In questo modo cerco di offrire una specie di cornice o di mappa generale ad un Convegno che ha come obiettivo specifico di approfondire il rapporto tra l’esperienza familiare e l’azione liturgica della Chiesa, di una Chiesa che – come dice il Direttorio di Pastorale Familiare della CEI - «guidata e sostenuta dallo Spirito Santo, in gioiosa fedeltà al mandato ricevuto, avverte con freschezza sempre rinnovata l’urgente responsabilità di annunciare, celebrare e servire l’autentico “Vangelo del matrimonio e della famiglia”».
Con simile espressione, il Direttorio intende riferirsi a ciò che il Vangelo dice sull’amore umano e sulla famiglia non solo per rivelare il disegno di Dio su di queste realtà, ma anche per rendere consapevoli gli sposi che quando la vita matrimoniale e familiare è condotta in docile e libera obbedienza a tale disegno di amore «costituisce essa stessa un “vangelo”, una “buona notizia” per tutto il mondo e per ogni uomo. Il matrimonio e la famiglia diventano così testimonianza e profezia, oggetto e soggetto di evangelizzazione».


1. Il cammino della pastorale familiare in Italia



La traduzione nella Chiesa italiana del Concilio Vaticano II – come ebbi a dire nella mia prolusione di apertura del Convegno di Verona – ha nella pastorale familiare uno degli ambiti in cui essa, penso, ha avuto la maggiore riuscita, anche se non tutte le ricche indicazioni del magistero post-conciliare dei vescovi italiani hanno raggiunto e penetrato il tessuto relazionale delle nostre parrocchie, definite dalla Christifideles laici «l’ultima localizzazione della Chiesa, in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie».
In questo primo momento vorrei brevemente ripercorrere il cammino compiuto dalla pastorale familiare in questi anni allo scopo, sia di interloquire con la tradizione culturale e popolare del nostro paese per rinnovarla, sia di accompagnare e sostenere la cosiddetta famiglia “tradizionale”, che negli anni immediatamente seguiti al Concilio stava entrando in una delle fasi più critiche della sua storia, subendo una dopo l’altra quelle che una nota sociologa francese, Evelyne Sullerot, considera le tre rivoluzioni senza precedenti che hanno sconquassato la famiglia:

  • 1. La rivoluzione contraccettiva (1965), che separa sessualità da procreazione;

  • 2. La rivoluzione sessuale (1975), che separa l’esercizio della sessualità dal matrimonio;

  • 3. La rivoluzione genetica (1985), che permette forme di manipolazione che scalzano la coppia e la famiglia dal suo essere luogo originario ed esclusivo della generazione della vita umana.

Personalmente ho già tentato un bilancio dei vari interventi dell’episcopato italiano che hanno trovato poi la loro sintetica e sistematica collocazione nel Direttorio.


Vorrei qui solo richiamare e in modo schematico quelle fondamentali acquisizioni dottrinali, dalle quali la pastorale può continuamente attingere freschezza, slancio e forza perchè ogni comunità cristiana, nello svolgere la sua missione evangelizzatrice, possa davvero riconoscere nella famiglia – come ricordava Giovanni Paolo II nell’omelia di apertura del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia cristiana nel mondo moderno, che ha prodotto quel gioiello dottrinale e pastorale che è l’esortazione Familiaris consortio – «il suo indispensabile e insostituibile soggetto: il soggetto creativo».
Gli interventi dell’episcopato italiano si collocano tutti sulla scia del Concilio Vaticano II. Essi hanno fatto propria l’indicazione conciliare di dare alla pastorale una connotazione più lucidamente e decisamente teologica, incentrata cioè sulla novità e originalità cristiana.
Tale indicazione forniva una prospettiva nuova per guardare la Chiesa e la famiglia nel mondo, in particolare una prospettiva segnata da due fondamentali consapevolezze: la prima riguarda la natura stessa della Chiesa, che è “mistero” di comunione e di missione di salvezza nella storia; la seconda riguarda proprio il matrimonio cristiano come immagine vera e partecipazione reale del “mistero” della Chiesa stessa. Da qui la basilare e feconda riscoperta della famiglia cristiana nella sua dimensione ecclesiale. Essa non è solo una realtà antropologica, un organismo sociale, ma anche un «fatto di Chiesa», una «Chiesa domestica», appunto, alla quale il sacramento del matrimonio, su cui essa si fonda, elargisce un «dono» proprio e specifico nel e per il popolo di Dio.
L’insistenza con cui l’episcopato italiano in questi anni ha cercato di sottolineare la centralità della famiglia in tutta l’azione pastorale della Chiesa fino alla affermazione netta del Direttorio che dice: «la famiglia è di sua natura il luogo unificante oggettivo di tutta l’azione pastorale e deve diventarlo sempre più» (n. 97), non ha quindi un significato strategico od organizzativo per far fronte a una situazione della famiglia che appare a molti disastrata, ma ha un preciso significato teologico. La famiglia cristiana, che è generata e alimentata dal sacramento del matrimonio, ha “natura, configurazione, fisionomia, consistenza ecclesiale”, è appunto velut Ecclesia domestica, come una «Chiesa domestica».


Il Concilio ci ha indicato il centro, il “cuore” vivo e pulsante della pastorale familiare, individuandolo proprio nella fondazione sacramentale che illumina e qualifica il tipo originale della relazione famiglia-Chiesa. Se la rivelazione – ossia il manifestarsi e comunicarsi di Dio all’uomo - ha carattere sacramentale, in quanto il Verbo di Dio fatto carne, cioè Cristo Gesù, è il sacramento dell’incontro con il Padre, e la Chiesa è in Cristo Gesù «come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», allora anche la famiglia partecipa del carattere sacramentale della rivelazione.
È, come dicono gli specialisti, luogo teologico, vale a dire «il terreno della manifestazione di Dio nella storia, il punto di inserzione fra l’umano e il divino». Da “sacramento antico” – come lo ebbe a definire Giovanni Paolo II nelle sue famose Catechesi sull’amore umano nel piano divino – diviene, con l’incarnazione, passione e morte di Gesù, “sacramento nuovo”, «simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo», come ci ricorda la Familiaris consortio al n. 13.
La famiglia cristiana, in tale modo, è manifestazione della Chiesa; anzi, di più è ripresentazione della Chiesa stessa. Con linguaggio popolare, ma che nulla tradisce della rigorosità teologica, potremmo dire che la famiglia cristiana è a suo modo una concreta “incarnazione” del mistero della Chiesa.


La Familiaris consortio, entrando nel quotidiano vissuto coniugale e familiare, svilupperà dettagliatamente i rapporti Chiesa-famiglia in chiave dinamico-operativa per illustrare e comprendere meglio i fondamenti, i contenuti e le caratteristiche della partecipazione della famiglia alla missione della Chiesa e per approfondire i molteplici e profondi vincoli che legano tra loro Chiesa e famiglia a tal punto da essere considerata quest’ultima «una Chiesa in miniatura», una «viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa».
Questi vincoli reciproci vengono così esplicitati: la Chiesa Madre «genera, educa, edifica la famiglia cristiana, mettendo in opera nei suoi riguardi la missione di salvezza che ha ricevuto dal suo Signore»; «a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione propria di questa» (n. 49).
C’è chi ha visto in questa utilizzazione dell’immagine della famiglia quale Chiesa domestica il pericolo di una «ecclesiasticizzazione della famiglia». Ma giustamente è stato fatto osservare che il necessario ricupero dello spessore teologico, e quindi ecclesiale, della famiglia cristiana non deve essere confuso con questo pericolo. Certo, il modo con cui la famiglia partecipa alla missione della Chiesa è tipicamente “suo”, ossia nel rispetto e nella promozione ci ciò che è proprio e originario della famiglia stessa. Ma la Chiesa non può che essere arricchita da questa modalità “familiare” di tradurre e di vivere il mistero che la caratterizza.
Di fronte alla Familiaris consortio – che vuol essere una specie di “summa” dell’insegnamento della Chiesa sull’identità e missione della famiglia cristiana – la Chiesa italiana non si è trovata impreparata ad accoglierne l’insegnamento, in quanto molto di esso era stato già sviluppato soprattutto nel documento Evangelizzazione e sacramento del matrimonio (1975) e poi nel piano pastorale degli anni ’80 con il documento Comunione e comunità nella Chiesa domestica.


Infatti, in Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, a partire dal fatto che la teologia cattolica considera gli sposi ministri del sacramento del matrimonio, si è dedotto che essi, in forza del sacramento, «sono consacrati per essere ministri di santificazione nella famiglia e di edificazione della Chiesa» (n. 104).
Vi è dunque nella Chiesa, accanto e in relazione al ministero ordinato, anche un ministero coniugale, che è lo specifico spazio pastorale della coppia cristiana.
Anticipando quanto poi verrà sottolineato dal Catechismo della Chiesa Cattolica si è cercato di chiarire anche il compito proprio e parallelo che Ordine e Matrimonio hanno nell’edificazione della Chiesa, recuperando la dizione di «sacramenti sociali». «L’Ordine e il Matrimonio – vi si afferma – significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi dell’alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio.
Proprio per questo vengono chiamati sacramenti sociali»
(n. 32). Il rapporto tra sacramento dell’Ordine e sacramento del Matrimonio viene solo descritto con una significativa citazione di uno dei più grandi teologi della Chiesa, san Tommaso d’Aquino: «Alcuni propagano e custodiscono la vita spirituale mediante un ministero unicamente spirituale: è il compito del sacramento dell’Ordine; altri fanno questo mediante un ministero ad un tempo corporale e spirituale e ciò si attua col sacramento del Matrimonio, che unisce l’uomo e la donna perché generino una discendenza e la educhino al culto dì Dio» (Contra gentes, IV,58) (idem).

2. La ‘ministerialità’ della famiglia: fondamenti e contenuti

Possiamo così passare al secondo punto per illustrare i fondamenti e i contenuti della ministerialità della famiglia nella Chiesa.
Utilizzo l’espressione “ministerialità” per stemperare un po’ quella di “ministero”, nella cui troppo ampia utilizzazione alcuni – non a torto – hanno visto un rischio di annacquare questo fondamentale concetto teologico della Chiesa, parlando in modo troppo generico di una Chiesa tutta ministeriale, finendo così per azzerare al basso la specificità del ministero vero e proprio, soprattutto ordinato.
Per quanto riguarda lo sviluppo dei fondamenti, il discorso si farebbe troppo lungo. Certamente interessante, interessantissimo; ma abbiamo anche la consapevolezza che non riusciremo mai a scandagliare pienamente il meraviglioso e affascinante disegno d’amore di Dio in tutte le sue implicazioni e ripercussioni: nel nostro caso in rapporto al sacramento e quindi alla grazia del matrimonio.


Dovremmo, per questo, rivisitare le tappe fondamentali della storia della salvezza, dalla creazione, attraverso cui Dio chiama all’esistenza l’essere umano, al compimento salvifico della storia nel Regno di Dio, che verrà inaugurato con le nozze eterne dell’Agnello, passando attraverso l’incarnazione del Verbo di Dio e la costituzione della Chiesa nella sua missione storica di evangelizzazione; e vedere in questa rivisitazione della historia salutis il posto e il ruolo che ha l’istituzione del matrimonio fondata dal Creatore, strutturata con leggi proprie e stabilita dal patto coniugale, redenta da Cristo, santificata dallo Spirito e proiettata verso il Regno, per coglierne i rapporti e le analogie del matrimonio e della famiglia con questa stessa storia della salvezza.
Ciò che abbiamo presentato nel primo punto, tracciando il breve profilo storico della pastorale familiare in Italia, ci ha gia permesso di evidenziare almeno qualcuno di questi fondamenti.
Qui vogliamo soltanto esporre, sempre per rapidi accenni, i contenuti della ministerialità della famiglia nella concretezza della sua vita quotidiana. Questi contenuti trovano una descrizione organica nella parte più sostanziosa della Familiaris consortio (nn. 49-64) e, per quanto riguarda la Chiesa italiana, nella attuazione che ne viene fatta nel Direttorio, la cui emanazione da parte delle Conferenze episcopali veniva auspicata dalla stessa Familiaris consortio.
L’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II fa riferimento alla triplice e unitaria missione (munus) di Cristo, il quale è Profeta, Sacerdote e Re,  e questo nella sua Chiesa e per mezzo della sua Chiesa. Ora la famiglia prende realmente parte alla missione di Cristo e della Chiesa e la vive attraverso un preciso compito legato alla parola, al culto e al servizio.


In particolare la famiglia partecipa alla missione evangelizzatrice con una propria e specifica modalità, che le deriva dalla sua stessa natura, quella di essere «intima comunità di vita e di amore». E così la famiglia esercita la sua missione secondo una modalità comunitaria: «insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo.
Devono essere nella fede “un cuore solo e un’anima sola”, mediante il comune spirito apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle opere di servizio alla comunità ecclesiale e civile»
.
Parole semplici, queste, ma formidabili per le implicazioni pastorali che ne derivano per la pastorale: questa, per essere fedele alla natura della famiglia cristiana – e dunque al disegno di Dio -, è chiamata a trovare il modo coerente per farla partecipare attivamente alla vita e alla missione della Chiesa: non smembrandola in singole persone o in categorie, ma rispettandola e promuovendola nella sua tipica comunione e unità di persone: appunto in quanto famiglia!
Ora non c’è dubbio che la liturgia domenicale è oggettivamente – e tale deve diventare nel vissuto soggettivo - uno dei momenti più significativi nei quali le famiglie sono chiamate a prendere parte insieme, come famiglie, all’evento di salvezza e di grazia più solenne della vita della comunità cristiana, trovando nella liturgia stessa una loro visibilità in quanto famiglie, se è vero – come abitualmente si dice - che la Chiesa è come una “famiglia di famiglie”.
A questo riguardo mi sembrano assai significative alcune importanti affermazioni della III Assemblea Generale della CEI, già presenti nel lontano 1968, che intendevano far da riscontro ai brevi ma quanto mai indovinati spunti racchiusi nel Direttorio liturgico-pastorale per l’uso dei sacramenti e dei sacramentali emanato l’anno precedente (1967).
«La famiglia – vi si afferma –, come Chiesa domestica, sia aiutata a svolgere nel suo interno un’azione pastorale nella quale tutti i suoi membri convergano per uno sviluppo della loro personalità religiosa e umana... Nasce da qui l’esigenza che la famiglia venga attivamente accolta entro la comunità ecclesiale. In particolare, nella Parrocchia va sviluppato l’apporto della famiglia alla vita liturgica, alla catechesi generale e specifica in ordine al matrimonio; vanno incoraggiate le iniziative delle famiglie per le famiglie..., vanno promossi i gruppi di spiritualità coniugale e la comune partecipazione dei coniugi alle associazioni di apostolato; va giudicata opportuna la presenza dei coniugi nei Consigli pastorali».


Ritornando alla Familiaris consortio e al Direttorio, la famiglia cristiana è descritta come una comunità credente ed evangelizzante. Essa vive il suo compito profetico accogliendo e annunciando la Parola di Dio. La famiglia cristiana, inoltre, è una comunità in dialogo con Dio; in questo dialogo essa esercita il proprio compito sacerdotale attraverso l’offerta della propria esistenza e la preghiera. Infine, la famiglia cristiana è una comunità al servizio dell’uomo, vivendo in particolar modo al suo interno i valori dell’amore, della reciproca accoglienza, del rispetto, e imparando alla scuola della verità e dell’amore a riconoscere nel volto di ogni fratello, soprattutto il più bisognoso, l’immagine di Dio.
Sarebbe senz’altro bello riprendere e sviluppare in termini teologici, spirituali, pastorali e insieme di esperienza esistenziale questo triplice volto di una fede professata-celebrata-vissuta come tesoro insuperabile che arricchisce il cuore “nuovo” delle famiglie e come impegno che quotidianamente requisisce – cioè esalta – la libertà cristiana con il loro “sì” di risposta al grande “sì” di Dio e del suo amore, pronunciato dall’eternità e reso efficace con il sacramento del matrimonio. E’ esattamente questo il senso del Percorso pastorale che ho voluto proporre per un triennio alla Chiesa ambrosiana con la Lettera “L’amore di Dio è in mezzo a noi. La missione della famiglia a servizio del Vangelo”, nelle tre tappe intitolate: Famiglia ascolta la parola di Dio; Famiglia comunica la tua fede; Famiglia diventa anima del mondo.


Così la famiglia, in forza dei valori di vita e di amore che le sono propri, è chiamata a imparare, alla scuola dei vincoli di affetto che la caratterizzano, l’alfabeto per dire al mondo l’amore infinito di Dio e ad educare a stimare il valore ossia la dignità quasi infinita di ogni persona, proprio perché amata da Dio (cfr. Isaia 43,4), a curare le buone relazioni attraverso le quali soprattutto passano l’annuncio del Vangelo e la traditio fidei.
Solo così si può contrastare una società fondamentalmente individualista e indifferente a relazioni che non siano strumentali e utilitariste.
Se la parola di Dio rivela il movimento discendente del suo amore verso l’uomo, secondo l’espressione di Giovanni «e il verbo si fece carne» (Gv 1,14), il culto, cioè la liturgia esprime il movimento ascendente di offerta e di lode e insieme il movimento orizzontale di servizio amorevole, tramite il quale l’uomo è spinto ad uscire fuori di sé incontro all’altro, non solo all’altro, al prossimo -  nel matrimonio è prima di tutto lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo -, ma all’Altro in senso verticale, a Dio, che, dopo essere stato conosciuto dalla mente, il cuore dell’uomo desidera anche amare. Mi piace qui ricordare una geniale definizione dell’uomo del beato Antonio Rosmini: l’uomo è una potenza l’ultimo atto del quale è congiungersi con l’Essere senza limiti per conoscimento amativo.
La liturgia ha così funzione di ponte tra il cielo e la terra.
È allo stesso tempo un’azione orizzontale che lega i credenti tra di loro e un’azione verticale che lega i credenti a Dio, attraverso la mediazione di Cristo Gesù, nella persona del quale agisce il presbitero, presidente della comunità. A fare da ponte è proprio Cristo stesso (il Pontifex maximus), che nell’Eucaristia si fa parola e pane di vita, si fa conoscere e amare, per abilitare e impegnare i suoi discepoli ad essere sale della terra e luce del mondo (cfr. Mt 5,13-14).
E la famiglia, per sua stessa natura, è il luogo primo e insostituibile degli affetti consapevoli e voluti, quindi è scuola dove si impara a costruire ponti d’amore. Proprio per questo possiamo dire che la vita familiare, se vissuta nei suoi ritmi e nei suoi tempi, possiede una naturale struttura liturgica.
La vita relazionale propria della convivenza familiare diventa allo stesso tempo vita comunionale, e la comunione è l’espressione massima della vita della Chiesa che viene resa visibile proprio nell’Eucaristia, culmine e fonte dell’esperienza ecclesiale.


Emerge qui in maniera superlativa e inconfondibile la centralità eucaristica per la vita della Chiesa e pertanto per la vita della famiglia.
L’Eucaristia, attraverso lo Spirito che il Signore effonde nel cuore degli sposi, trasforma il loro amore in carità, che è il modo proprio con cui Cristo ama la sua Chiesa e a cui gli sposi sono resi partecipi (cfr. Familiaris consortio, n.57).
Vorrei chiudere questo secondo punto facendo riferimento ad un passo della recente Nota Pastorale della CEI dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3) testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo.
Là dove si parla del rinnovamento per «una pastorale vicina alla vita delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersa e più incisivamente unitaria» (n. 21), si afferma che «l’attuale impostazione pastorale, centrata prevalentemente sui tre compiti fondamentali della Chiesa (l’annuncio del Vangelo, la liturgia e la testimonianza della carità), pur essendo teologicamente fondata, non di rado può apparire troppo settoriale e non è sempre in grado di cogliere in maniera efficace le domande profonde delle persone: soprattutto quella di unità, accentuata dalla frammentazione del contesto culturale» (n. 22).
A prima vista, questa sottolineatura legata al vissuto quotidiano di tutti sembra limitare la portata, lo spessore teologico di quanto abbiamo detto circa la  partecipazione della famiglia alla triplice missione di Cristo e della Chiesa.
Ma è un’apparenza, che svanisce subito se si pensa che questa missione è per la persona concreta, per il suo vissuto, per la sua esperienza esistenziale.


In realtà il fine di tutta l’azione ecclesiale, necessariamente multiforme, è di servire la persona nella sua unità e integralità. L’antropologia integrale, infatti, è l’orizzonte dentro il quale si svolge tutta l’azione pastorale. La via che la Chiesa è chiamata a percorrere per realizzare il mandato missionario di Cristo è l’uomo, come bene ebbe a indicare Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis.
E da qui emerge l’importanza dell’attenzione alla famiglia. Essa stessa si deve considerare via della Chiesa – come si sottolinea nella Lettera alle Famiglie – perché l’uomo non vive come un’isola, ma vincolato dagli affetti, primi fra i quali sono gli affetti che nascono dai legami familiari, essendo la famiglia la prima e fondamentale esperienza di comunione delle persone (communio personarum). La famiglia è «via della Chiesa» perché è il luogo della nascita e della crescita personale e sociale dell’uomo e perché è il luogo dell’incarnazione del Figlio di Dio e della sua vita nascosta e obbediente a Nazaret.
Dio «è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia»; così anche la Chiesa può farsi più vicina all’uomo di oggi e prendere parte alle sue gioie e speranze, alle sue tristezze e angosce, attraverso la famiglia. Ecco il motivo per cui la parrocchia missionaria deve fare della famiglia «un luogo privilegiato della sua azione, scoprendosi essa stessa famiglia di famiglie».


Per una Chiesa che è chiamata ad imparare a comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, «mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre comunità».
Sotto questa prospettiva, la famiglia può e deve essere pastoralmente valorizzata come un fondamentale laboratorio di unità per contrastare l’accentuata frantumazione del nostro contesto culturale.
Bisogna operare per ricostruire l’unità della famiglia, nella pluralità dei suoi componenti, non però facendone una specie di fortezza per difendersi dagli assalti della frantumazione e di un mondo cattivo, ma – per riprendere una significativa espressione di Giovanni Paolo II – per farne un ambiente di ecologia umana. «La prima e fondamentale struttura a favore dell’“ecologia umana” – si afferma nella Centesimus Annus – è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona» (n. 39).
È nella famiglia, quindi, che si impara a mettere al centro la persona, attraverso un’opera educativa che aiuta ciascuno dei suoi componenti a vincere il più grande nemico delle relazioni di comunione: l’egoismo, l’autonomia individualista, l’indifferenza verso gli altri. La famiglia deve essere aiutata a diventare scuola di comunione. È attraverso questa scuola che la persona diviene adulta, solidale con tutti, capace di responsabilità e di condivisione.
La legge, infatti, che regola la vita della famiglia è la gratuità che è l’esperienza generata dal dono e che genera a sua volta quella che possiamo definire l’etica del dono. «Gratuitamente avete ricevuto – dice il Signore – gratuitamente date» (Mt 10,8).

3. Sfide e nodi critici della pastorale familiare


Nel seguire questa mia conversazione, forse a più di uno di voi sarà venuto il dubbio: la Chiesa, proponendo questa visione della comunità familiare, non sta sognando? Non sarà un’utopia pensare l’identità e la missione della famiglia nei termini che ho descritti? Proporre una meta così alta non allontanerà le famiglie di oggi, invece di avvicinarle?
Ma questa reazione e, comunque, questi interrogativi non sono forse abbastanza “normali” quando si presta attento ascolto al Vangelo e alle sue proposte che risultano essere radicali, nuove e sorprendenti?
Non è la medesima reazione che troviamo al tempo di Gesù, come attestano gli evangelisti?
Un esempio, tra i tanti. Dopo che Gesù, parlando del prossimo avvento del Regno dei cieli, aveva esposto ai discepoli il disegno originario di Dio sul matrimonio nella sua esigenza di fedeltà “per sempre” ed aveva messo in guardia sulla pericolosità dell’attaccamento del cuore alle ricchezze, la loro reazione è stata: «Chi si potrà dunque salvare?».
Ma Gesù, fissando su di loro lo sguardo, cioè stabilendo con loro un legame affettivo intenso di fiducia, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,26). Giovanni Paolo II – introducendo la Chiesa nel nuovo millennio – ha detto che «è ora di riproporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione».


Le sfide che la pastorale familiare si trova a dover affrontare già nell’attuale situazione e nel prossimo futuro sono certamente molte, diverse e complesse e possono non poco scoraggiare.
La pastorale familiare è all’altezza alla «sfida antropologica» in atto, lanciata dalle biotecnologie e dalle cosiddette ideologie di genere? Di fronte a un movimento culturale, che tende sempre più a delegittimare la famiglia e a ridurla a “una istituzione socialmente superata”, che cosa ha da dire la Chiesa? Come affrontare “ad extra” la sfida del cambiamento e “ad intra” quella del rinnovamento?
Non voglio qui addentrarmi in un’analisi dettagliata di tali sfide. Per chi lo desiderasse, esse sono ben evidenziate dai periodici rapporti del CISF sulla evoluzione della famiglia in Italia, nell’ultimo dei quali è stata richiamata la necessità di ri-conoscere la famiglia quale valore aggiunto per la persona e la società.
Nemmeno voglio esporre i nodi critici della pastorale che emergono nel rapporto tra la famiglia e la parrocchia, nella preparazione al matrimonio di fronte al diffondersi delle convivenze, nell’accompagnamento delle coppie dopo averle generate nel sacramento, nella accoglienza, in verità e carità, delle persone che hanno fallito il progetto matrimoniale.
Anche in questo campo l’Ufficio Famiglia della CEI, con i vari convegni organizzati in questi anni sia di spiritualità coniugale sia di aggiornamento degli operatori di pastorale familiare, ha tracciato linee di rinnovamento assai preziose, e i cui atti sono a disposizione delle comunità parrocchiali che vi possono trovare alimento dottrinale e indicazioni pastorali.
Vorrei solo avviarmi a concludere richiamando ancora una volta il messaggio di Verona sulla speranza. Tale messaggio a sperare, per quanto riguarda la famiglia, è presente già nella Familiaris consortio.
Alla fine dell’esortazione apostolica, il Papa – che ha aperto il suo pontificato invitando tutti a non avere paura, perché Cristo non abbandona mai la sua Chiesa – dava, in modo particolare a figli della Chiesa, «una consegna concreta ed esigente»: amare in modo particolare la famiglia.
E precisava che amare la famiglia è ridare ad essa, spesso tentata dallo sconforto e angosciata per le accresciute difficoltà, «ragioni di fiducia in se stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella missione che Dio le ha affidato». E concludeva «Bisogna che seguano Cristo!».


Cristo risorto è la speranza del mondo, e quindi è la speranza anche per tutte le famiglie. E’ proprio su questo punto che sta forse la sfida più forte e urgente della pastorale familiare, la sfida educativa nel senso più ampio del termine.
Il santo padre Benedetto XVI, aprendo lo scorso anno il Convegno della sua diocesi di Roma sull’educazione, l’ha connesso con il Convegno precedente sulla famiglia. «Il verbo “educare” – disse –, posto nel titolo del Convegno, sottintende però una speciale attenzione ai bambini, ai ragazzi e ai giovani e mette in evidenza quel compito che è proprio anzitutto della famiglia: rimaniamo così all’interno di quel percorso che ha caratterizzato negli ultimi anni la pastorale della nostra Diocesi».
La famiglia è il luogo naturale della trasmissione dei valori di generazione in generazione.
Ma ritorniamo al tema del nostro attuale Convegno su Famiglia e liturgia. Se le scienze sociali dicono che oggi bisogna ri-conoscere la famiglia come un valore aggiunto per la persona e la società, anche la Chiesa, soprattutto lei, deve ri-conoscere la famiglia come valore aggiunto per la pastorale. Ebbene il luogo perché questa reciproca ri-conoscenza possa avvenire e crescere è proprio l’azione liturgica, dove la comunità cristiana si raduna per la santa Cena per professare la propria fede in Gesù Salvatore del mondo, per rinforzare i vincoli della carità fraterna e per rinnovare lo slancio missionario dell’evangelizzazione.


È qui, soprattutto nell’assemblea festiva, che la famiglia può essere aiutata a riscoprire la sua identità di «Chiesa domestica» e a credere in se stessa. Famiglia, diventa ciò che sei!, dice la Familiaris consortio (n. 17). “Famiglia, credi in ciò che sei!”, ha gridato con forza il Papa alla vigilia della beatificazione di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi (21 ottobre 2001): dobbiamo aiutare le famiglie a prendere coscienza gioiosa e grata della ricchezza straordinaria che c’è nel loro matrimonio, nella sua capacità di liberare l’amore e la fecondità di Dio all’interno della famiglia, nella comunità cristiana e nella società.
Forse oggi è questa la vera priorità della pastorale familiare, ma forse della pastorale in generale: sostenere e accompagnare gli sposi – quelli delle nostre famiglie concrete, con le loro fragilità e le loro fatiche – in una formazione che li aiuti prima di tutto a scoprire il valore antropologico e teologico della loro relazione e del sacramento con cui sono stati consacrati per essere un segno e un dono nella comunità.
Man mano che cresce negli sposi la consapevolezza di essere frutto ed esperienza concreta dell’amore di Dio, essi diventeranno capaci di assumere con libertà e gioia la responsabilità di diffondere attorno a loro, nelle molteplici forme della testimonianza e del servizio, la carità che genera e rigenera continuamente la Chiesa, rendendola sempre giovane e santa.

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Fonte: http://www.famigliaviva.it/catechesi_sulla_famiglia.html

Settimana estiva di formazione dell'Ufficio famiglia CEI  -  "Famiglia e Liturgia"
Boario Terme, 22 giugno 2008

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